Per consolidare il benessere e la salute dei cittadini e per rendere le nostre comunità più accoglienti e inclusive, forti e solidali

Un “discorso” sull’immigrazione

di Mauro Serio

 

Per iniziare questo mio discorso voglio citare un passo di Bauman che credo esponga in modo esemplare quale problema  abbiamo di fronte, e cosa dovremo affrontare nel nostro prossimo futuro.

 

“Gli anni Settanta sono stati il decennio in cui il <glorioso trentennio> di ricostruzione post bellica, coesione sociale e ottimismo nelle possibilità di sviluppo che accompagnarono lo smantellamento del sistema coloniale e la fioritura delle tante <nazioni nuove> stavano ormai diventando passato, aprendo così la strada al mirabile mondo nuovo di confini cancellati o infranti, diluvio di informazioni, globalizzazione rampante, banchetto consumistico nel Nord ricco e un <sentimento sempre più profondo di disperazione e di esclusione in gran parte del resto del mondo>, figlio dello <spettacolo della ricchezza da un lato e della miseria dall’altro>. .. Alla fine degli anni Settanta uomini e donne si sono trovati ad affrontare le sfide della vita in uno scenario che era stato trasformato in modo surrettizio ma irrimediabile.”[1]

 

I problemi GLOBALI producono i loro effetti a livello LOCALE ma neppure il più grande ottimista può pensare di risolverli a questo livello. Però a questo livello siamo costretti ad affrontare le conseguenze dei problemi globali. Purtroppo per i prossimi anni dovremo considerarli come problemi all’ordine del giorno.

 

Quello che possiamo fare a livello locale è trovare strategie, prassi, aggiustamenti che, anche se non risolutivi, aiutino ad attenuare queste conseguenze, e contribuiscano almeno a non fare degenerare una situazione sicuramente difficile per tutti. Per tutti, in primo luogo per chi arriva da noi inseguito dal (in-seguito al)  soffio della disperazione che ha lasciato nella terra da cui è partito. Per tutti noi, cittadini dei nostri comuni, spesso confusi, blanditi quotidianamente dal canto di <sirene populiste> che indicano a gran voce la cacciata (se non la caccia) di queste persone. Una semplice e necessaria misura per riconquistare la serenità perduta. Semplice e comunque irrealizzabile.

 

Cacciare quelle persone non è la stessa cosa che scacciare insetti fastidiosi dalla nostra casa. Per molte ragioni, per me ovvie, non è possibile farlo. I migranti fuggono o sono scacciati o abbandonano paesi che non li vogliono più, e che non hanno nessuna intenzione di riprendersi. Lasciano miseria, guerra e degrado, che non hanno nessuna intenzione di ritrovare.

L’Ismu stima che, al primo gennaio 2008, il  numero di immigrati irregolari presenti nel nostro territorio sia di 650.000[2]. La Commissione dell’Unione Europea stima per l’Italia una forchetta che va da 200.000 a 800.000 irregolari, ritenendo attendibile il numero di 570.000. Ritiene attendibile una percentuale di irregolari sulla popolazione del 1% in Italia, contro il 2,5% della Grecia e l’1,2% di Germania e Inghilterra.[3] Ancora Bauman ci propone il caso Inglese:

 

L’ostilità dei nativi, unita al rifiuto delle autorità di concedere l’assistenza statale ai nuovi arrivati che non fanno la richiesta di asilo al momento dell’arrivo, al taglio dei fondi per la <protezione umanitaria> e alla severa politica di espulsioni nei confronti dei profughi indesiderati, hanno dato come risultato un calo delle domande di asilo, dalle 8.900 del 2002 alle 3.600 del giugno 2003. i dati sono stati interpretati trionfalmente da David Blunkett come conferma della lodevole efficacia della politica del governo e come la dimostrazione definitiva che i provvedimenti <duri> stavano funzionando.

 

Tornando ai dati precedenti, tale politica di provvedimenti “duri” non ha modificato molto la situazione degli immigrati irregolari, la stima del 2008 rimane sempre pari a quella della Germania, e addirittura superiore a quella della “buonista” Italia.

 

Coloro che propugnano la grande cacciata e la chiusura assoluta delle nostre frontiere come “soluzione finale” al problema appaiono insensati, ma probabilmente sono semplicemente in malafede, ben sapendo che questo è irrealizzabile. Eppure questa propaganda ha effetto, e molti cittadini ritengono che gli immigrati stazionano nel nostro paese semplicemente perché qualcuno vuole farli entrare e non vuole mandarli via.

 

Sono gli stessi che hanno, con un provvedimento considerato da tutti ragionevole, realizzato la più grande sanatoria della storia italiana. E’ stata fatta dal governo Berlusconi, e ha riguardato 634.728 persone, un numero non lontano dalla somma delle tre precedenti sanatorie.[4]

 

Gli stessi che incitano al pugno duro della repressione “senza se e senza ma”, dichiarano, parole di Bossi citate da Marzio Barbagli,

 

“se entriamo nel penale, ci dobbiamo tenere almeno per dieci anni le migliaia di extracomunitari che commettono reati, perché tra rinvii, ricorsi e appelli, questi riusciranno di nuovo a mimetizzarsi nel paese”.[5]

 

I problemi relativi alla migrazione di milioni di persone nel mondo sono problemi seri e complessi, non sarebbe opportuno trattarli in modo così semplicistico. “Solo chiacchere e propaganda”, potremmo parafrasare il protagonista di un noto film. Propaganda che purtroppo fa breccia nel cuore e nelle paure di molti italiani.

 

Da un forum del Corriere della Sera[6] relativo all’articolo “Emergenza o no? Razzismo” di Cesare Fiumi, riporto ad esempio il seguente intervento:

 

Finalmente la verità, 20.11|13:06, caino2

Sono proprio contento di riconoscere e riconoscermi in questo 85% di Italiani che finalmente cominciano a capire cosa ci stà succedendo, sperando di essere ancora in tempo a salvare questo paese unico al mondo sia per bellezze che per i valori umani di noi, che siamo l’85%. I veri RAZZISTI sono quelli che non vedono e non capiscono che la nostra densità abitativa per Kilometro quadrato è ormai altissima e insostenibile con le risorse a disposizione, pensate all’acqua, all’aria, alle strade, alle auto, alle case che continuano a crescere, ai posti in ospedale, alle scuole, ai posti di lavoro. MA QUELLO CHE NESSUNO DICE, CON QUALI SOLDI??? STIAMO SPENDENDO SOLDI CHE NON SONO NOSTRI, QUESTI SOLDI AUMENTANO UN DEBITO PUBBLICO DA PAESE DA TERZO MONDO. Non possiamo permetterci che per uno che lavora (magari in nero)mantenere moglie, 3 o 4 figli, sopratutto quando sappiamo che non si integreranno mai e poi mai. Oltretutto vediamo milioni e milioni di Euro buttati via per ridicoli tentativi di integrazione, quando questi soldi potrebbero far nascere in zone sfortunate del mondo la certezza di una vita migliore. Basta favole, così non si aiuta ma ci distruggiamo con le nostre mani, servono idee e progetti seri, portati avanti da gente seria e qualche idea io ce l’ho.

 

Sembra ci sia un “retro-pensiero” che sostiene una certa propaganda politica: se noi maltrattiamo e creiamo ogni tipo di difficoltà agli immigrati, questi rinunceranno a venire da noi e sceglieranno altri luoghi di destinazione. Come se fossero ospiti indesiderati in casa mia: se li tratto male, visto che dire che sono indesiderati non è sufficiente, se ne andranno e non verranno più a disturbare la mia tranquillità. Appunto, un pensiero talmente banale e semplicistico da, permettetemi di usare questo termine, considerarlo stupido. Oppure, ripeto, in malafede, in quanto non sono tanto arrogante da considerare stupidi questi politici. E questo credo sia molto peggio della stupidità. Ovviamente il valore di riferimento è l’individualismo più smaccato, la cosa importante è ritagliare per me e la mia famiglia un luogo protetto in cui vivere tranquillo, e che gli altri si arrangino.

 

Ognuno sceglie i valori a cui fare riferimento, e certamente questi valori non mi appartengono, ma vorrei fare una domanda: qualcuno ritiene veramente che, volendo occuparci solo di noi stessi, oggi questo ci sia permesso, sia possibile?

 

Vogliamo davvero organizzarci per maltrattare le persone immigrate, regolari e irregolari, in tutti i modi che ci vengono in mente. Ammetto che la fantasia non manca a certi politici, e ne inventano ormai una al giorno. Possiamo farlo attraverso norme insensate, rifiuto di offrire i servizi, rinuncia all’universalismo dell’assistenza, della sanità, della scuola, con maltrattamenti e incarcerazioni, dando mano libera alle componenti più dure e oltranziste delle forze dell’ordine, offrendo muta tolleranza per gli atteggiamenti di intolleranza di frange di facinorosi, ecc. Pensiamo che questo sia utile alla fine? Forse renderemo davvero molto inospitale il nostro paese per gli immigrati, forse questo riusciremo a farlo. Ma servirà a tenere lontano da noi le persone che fuggono da guerre, miseria, fame?

 

Quello che penso è che sicuramente ci troveremo ad aver reso molto inospitale il paese anche per noi stessi, e inoltre lo avremo fatto senza riuscire a risolvere il problema: meglio un paese inospitale come si potrebbe pensare di far diventare il nostro, che la fame, la guerra, la miseria. Questo penso che riusciremo a fare seguendo certi “retro-pensieri”.

 

Globalizzazione, mondializzazione, ha voluto dire e vuole dire molte cose. Ci sono aspetti molto negativi, come quello che stiamo affrontando in questo discorso, e altri positivi. Ognuno peserà le cose e valuterà la situazione più positiva o più negativa, ma sicuramente tutti, gli uni e gli altri, non possono che convenire che oggi, nel nostro mondo, non è più possibile farsi i fatti propri senza occuparsi dei problemi globali. Saranno sempre i problemi globali che ci verranno a cercare e ci faranno capire questa semplice e ineluttabile realtà, scaricandoci addosso le loro conseguenze.

 

Certo la propaganda è creativa, come è creativa la finanza, e non smette mai di stupirmi. Le trovate di chi sembra non avere molte idee concrete per affrontare seriamente il problema, nel rispetto delle persone, non finiscono mai. Sono collegate da un “filo rosso”, da un comune denominatore, legato ad una idea di società che mostra molte lacune e difetti, quella del liberismo economico sfrenato, della deregulation, della sterilizzazione della politica e della democrazia. Ognuno è stato promosso individuo libero, ognuno si arrangi con i propri mezzi per far fronte alle difficoltà della vita. Lo stato pensa di ritirarsi.

 

Salvo rifarsi vivo quando il bellissimo castello di carte appare proprio sul punto di crollare. Allora tutti i cittadini sono chiamati a collaborare con ottimismo, ed invece di utilizzare i loro soldi per la loro assicurazione collettiva, per i servizi, per gli ammortizzatori sociali, per i programmi di inclusione li dobbiamo utilizzare per tamponare il disastro fatto dai furbetti globali e locali, che continuano a fare i furbetti ricchi e impuniti, e che proprio non vogliono essere disturbati da questuanti ed immigrati.

 

Poche parole, per spiegare il mio discorso, su una delle trovate di maggior successo popolare, le cosiddette “Ronde”.

In una situazione causata da problemi globali, dove si tolgono risorse agli Enti Locali e alle strutture pubbliche, limitando ulteriormente le loro capacità di affrontare concretamente le molte conseguenze di questi problemi globali, prosegue incessante la campagna volta a portare la soluzione delle conseguenze dei problemi globali addirittura a livello individuale.

 

Se qualcosa non funziona nel vostro quartiere, noi governanti affrontiamo le cose così, ci dicono: poniamo come aspetto fondamentale la diminuzione delle tasse (e tra l’altro tagliamo anche le risorse a disposizione della polizia per presidiare il territorio), e con le “molte più risorse” (si fa per dire) che vi lasceremo a disposizione, individualmente, chi può metta buone sbarre alle finestre, magari costruisca nuovi quartieri, belli e luminosi in cui rinchiudersi. Li faccia presidiare da guardie private e telecamere, e costituisca nerborute ronde di cittadini volenterosi.

 

Lasciamo a voi una quota maggiore di risorse economiche, fatevi una bella assicurazione privata e organizzatevi di conseguenza investendo i denari risparmiati e il tempo necessario.

 

Ora la responsabilità è solo vostra, ci dicono infine, se le cose continuano a non funzionare come vorreste. Questo è il ritornello quotidiano, e molti cittadini, disorientati dal fumo delle trovate pirotecniche e irrealizzabili, non riescono a focalizzare il vero messaggio: arrangiatevi che noi, il governo, lo Stato, ci occupiamo di altro!

 

Non ho nulla in contrario con il fatto che i cittadini si possano associare in vario modo per affrontare assieme i problemi del loro quartiere, della loro comunità. Anzi, questo aspetto lo ritengo un aspetto importante delle democrazie occidentali, a patto che in queste associazioni sia garantita la possibilità di esprimersi liberamente, di entrare o uscire liberamente dall’associazione, la reciprocità di diritti e doveri rispetto a chi non appartiene all’associazione, e il rispetto assoluto della legge e delle norme.

 

L’associazione stessa valuterà se ritiene utile far passeggiare alcuni suoi membri nelle vie del quartiere per presidiare il territorio, oppure se preferisce organizzare delle feste, attrezzare luoghi di condivisione e di reciproca conoscenza, promuovere delle consulte o tante altre iniziative che nascono quotidianamente.

 

Da tempo esistono gli ausiliari del traffico, su normativa ben definita, che aiutano e affiancano la Polizia Municipale in alcune attività, se si ritiene utile venga presentata una seria legge per definire chi può svolgere un lavoro di ausiliario di polizia. Si definisca come deve essere svolto, con quali compiti e responsabilità, e se questo è possibile e utile, che rischi comporta e che vantaggi.

 

Vorrei che si finisse di esplodere petardi, vorrei norme chiare e proposte concrete, ovvero realizzabili!

 

In ogni caso che tutto questo non sia l’ennesimo fumo per giustificare la  mancanza di risorse necessarie per chi, per ordinamento e legge, deve presidiare il territorio. Non vorrei che fosse l’ennesima trovata per tagliare altri fondi alla Polizia o agli Enti Locali e scaricare la gestione delle conseguenze dei problemi globali sui singoli cittadini.

 

Comunque, le ricerche sulla criminalità degli immigrati sembra parlino chiaro:

 

 “nell’ultimo ventennio, si è riusciti a contenere i tassi di criminalità degli immigrati di seconda generazione, laddove, come è avvenuto in Svezia, un sistema di welfare generoso è riuscito a ridurre gli svantaggi dei figli di immigrati e a favorire la loro integrazione sociale. Nel breve periodo, invece l’obbiettivo della riduzione della criminalità può essere perseguito contenendo l’immigrazione irregolare.”[7]  p. 130

 

A questo proposito, al di là delle ventilate, e probabilmente inefficaci, leggi repressive del politico di turno, Giddens nel suo libro “L’Europa nell’era globale”, sembra segnalarci la necessità di muoverci rapidamente, dato il grave ritardo che abbiamo sulle politiche migratorie:

 

“Le politiche Canadesi pongono l’accento sulla cittadinanza e sull’identificazione nazionale, ma hanno un’impostazione esplicitamente multiculturale. .. Gli immigrati che arrivano in Canada possono fare domanda per diventare cittadini dopo appena tre anni, se durante questo periodo hanno soggiornato per la maggior parte del tempo nel paese. .. il Canada ha il più basso tasso di immigrazione clandestina e la politica più avanzata in tema di multiculturalismo. In fondo alla classifica c’è l’Italia, che ha il più alto tasso di immigrazione clandestina fra i paesi europei e un’assenza quasi totale di politiche multiculturali.”[8]

 

Riporto questo brano non perché sia particolarmente interessato a copiare quello che fa il Canada, probabilmente ci sono molte situazioni diverse tra noi e loro, ma per dire che da una classe politica che governa da molti anni, da ben otto anni negli ultimi dieci, mi aspetto, come cittadino, delle proposte più serie delle ronde e più realizzabili della chiusura dei flussi, flussi che realisticamente non verranno bloccati nel 2008, nonostante le solite dichiarazioni fatte alla stampa. Un altro mortaretto.

 

Di fronte al sogno comunitario di un luogo dove sia possibile chiudere le porte, recintare i confini, impedire a chiunque non desiderato di entrare, scacciare più o meno in malo modo chi non si attiene alle norme comunitarie, un sogno appunto, ci troviamo di fronte ad un mondo sempre più  modellato dai processi della globalizzazione, dove i confini sono porosi e costantemente attraversati da informazioni, capitali, merci, persone. Allora la vera sfida mi appare più realisticamente quella descritta da Seyla Benhabib:

 

Una civiltà globale che debba essere condivisa da tutti i cittadini del mondo richiederà di essere alimentata attraverso le devozioni locali, il ricco dibattito culturale, le dispute sull’identità del <noi> e un senso di sperimentazione democratica di assetti e riassetti istituzionali. [..] La sintesi di eguaglianza democratica e diversità culturale costituisce l’ardua impresa del futuro.[9] 

 

Come cittadino mi aspetto un politica per la gestione dell’immigrazione, non solo un variopinto scoppiettio di petardi volti principalmente a confondere e illudere i propri concittadini, se non a spaventare.

 

Le esperienze concrete che hanno dato buoni risultati, le cosiddette buone prassi, sono tutte orientate in poche principali direzioni:

 

-         una seria politica in termini di welfare orientata all’inclusione (politiche interculturali e in particolare grande attenzione ai servizi sociali e sanitari e alla scuola);

-         una grande attenzione alle politiche abitative e ai processi di insediamento urbano dei cittadini stranieri, volte a limitare la tendenza, sempre sospinta dal mercato immobiliare, a creare enclave nelle nostre città;

-         una diffusa politica culturale orientata alla interculturalità, che animi un dibattito costante e aperto sulla diversità e l’integrazione;

-         adeguati investimenti e leggi e regole chiare per gestire correttamente l’immigrazione regolare e controllare e reprimere l’immigrazione clandestina, attraverso anche un forte coinvolgimento degli stati da cui questa immigrazione proviene.

 

Certo è che non si fanno le nozze con i fichi secchi, questa è una cosa assolutamente vera. Per costruire una seria politica che garantisca noi cittadini dalle conseguenze dei problemi globali, come dimostrano fuor di ogni dubbio gli interventi massicci fatti da tutti i paesi per tamponare un altro problema globale causato da questo sistema di sviluppo, la crisi finanziaria mondiale, occorrono congrui investimenti, non parodie e petardi. Siccome le conseguenze ricadono sui cittadini e sulle comunità locali, tali finanziamenti devono necessariamente arrivare anche a livello locale.

 

A livello locale vanno affrontate le conseguenze dei problemi globali e nei prossimi mesi questi aspetti dovranno necessariamente essere messi in evidenza nelle agende dei politici locali.

 

-         le fabbriche che mettono in cassa integrazione e rischiano di chiudere sono una conseguenza locale dei problemi della finanza globale;

-         i ragazzi che entrano nelle scuole portando con sé una cultura diversa dalla nostra, sia per chi lo vede come risorsa sia per chi lo identifica come problema, è una conseguenza locale di questo sviluppo globale;

-         persone che hanno usi e costumi e religioni diverse che abitano nella nostra città è una conseguenza locale di problemi globali;

-         la pressione che continuerà ad esercitarsi sul sistema del welfare, dalla scuola alla casa, in una situazione di forte crisi economica è un’importante conseguenza locale;

-         l’arrivo nelle nostre città di persone che non hanno legittimità a rimanere ma che rimangono, che chiedono aiuto e a volte commettono reati, è ancora un’altra conseguenza locale che dobbiamo affrontare. 

 

Ci troveremo ad affrontare molte conseguenze locali di problemi creati a livello globale, e credo non ci siano scorciatoie, non siano legittime indebite semplificazioni, non possono essere ammessi settarismi, tutti “buonisti” o tutti “cattivisti”, tutti immigrati delinquenti o tutti  italiani razzisti. 

 

Ogni volta, per ogni singola conseguenza, con pragmaticità e al contempo senza perdere mai di vista quei valori di rispetto reciproco della dignità di ogni persona, con pazienza e tenacia, con il giusto senso di solidarietà sociale e umana ma anche con fermezza nel difendere le norme di convivenza civile, con la necessaria attenzione alle differenze, dobbiamo iniziare un “discorso” sempre nuovo che sia in grado di permettere ad ognuno di esprimere in modo “razionale” le proprie ragioni, motivandole e accettandone la critica, per individuare quelle scelte in grado di dare conto di tutte le ragioni espresse che siano giudicate legittime e degne di accoglimento.

 

Nessuna paura deve portarci a perdere di vista, o mettere in secondo piano, i valori fondanti della nostra comunità, altrimenti qualcuno cercherà di dirci che per difendere la nostra comunità dobbiamo distruggerne le basi costituenti, distruggendo la comunità stessa che si diceva di voler difendere.

 

Una nota di Habermas mi appare particolarmente adeguata a concludere questo mio discorso:

 

“La legittimità delle procedure e delle istituzioni risulta effettivamente logorata quando le decisioni maggioritarie, pur essendo formalmente corrette, riflettano unicamente le paure, o le reazioni di autodifesa, di un ceto medio minacciato di declassamento. Su questa via si compromette in maniera irreversibile la conquista più caratteristica dello stato-nazione, vale a dire una integrazione della popolazione ottenuta tramite partecipazione democratica.

Il pessimismo di questo scenario non è irrealistico, ma naturalmente si limita a illustrare soltanto una delle prospettive che si stanno aprendo di fronte a noi. La storia non conosce <leggi> in senso deterministico, e sia gli uomini che le società restano sempre capaci di apprendimento.”[10]



[1] Bauman Zygmunt, “Modus vivendi”, Laterza, Roma – Bari, 2007, pp. 54 - 55

[2] ISMU – Iniziative e Studi sulla Multietnicità, http://www.ismu.org/default.php?url=http%3A//www.ismu.org/index.php

[3] dal Sito di ImmigrazioneOggi, http://www.immigrazioneoggi.it/daily_news/2008/luglio/28_3.html

[4] Barbagli Marzio, Immigrazione e sicurezza in Italia, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 125

[5] Barbagli Marzio, Op.Cit, p. 125

[6] Corriere della Sera –Magazine, “Emergenza o no? Razzismo”,   http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_19/magazine_razzismo_f3286cca-b630-11dd-909d-00144f02aabc.shtml

[7] Barbagli Marzio, Op. Cit., p. 130

[8] Giddens Anthony, “L’Europa nell’età globale”, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 144

[9] Benhabib Seyla, “La rivendicazione dell’identità culturale”, Il Mulino, Bologna, 2005 p. 237

[10] Habermas Jurgen, “L’inclusione dell’altro”, Feltrinelli, Milano, 2008, p. 136

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One Response to “Un “discorso” sull’immigrazione”

  • Mauro Serio Says:

    Come si ipotizzava nell’articolo lo scorso 3 dicembre il Presidente del Consiglio ha firmato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) 3 dicembre 2008 “DPCM concernente la programmazione transitoria dei flussi d’ingresso dei lavoratori extracomunitari non stagionali nel territorio dello Stato per l’anno 2008” che ha fissato per l’anno 2008 le quote di cittadini stranieri che possono fare ingresso in Italia per svolgere attività lavorativa (cd. Decreto Flussi).
    Il DPCM prevede 150.000 posti disponibili di cui 44.600 a favore di cittadini di Paesi che hanno siglato specifici accordi di cooperazione con l’Italia, a loro volta suddivisi secondo la seguente ripartizione:
    4.500 cittadini albanesi,
    1.000 cittadini algerini,
    3.000 cittadini del Bangladesh,
    3.500 cittadini cingalesi,
    8.000 cittadini egiziani,
    5.000 cittadini filippini,
    1.000 cittadini ghanesi,
    4.500 cittadini marocchini,
    6.500 cittadini moldovi,
    1.500 cittadini nigeriani,
    1.000 cittadini pakistani,
    1.000 cittadini senegalesi,
    100 cittadini somali,
    4.000 cittadini tunisini,
    e i restanti 105.600 a favore di lavoratori domestici o di assistenza ala persona (cd. badanti).

    Non sono previste quote a favore dei lavoratori subordinati non appartenenti a queste tipologie, per i lavoratori autonomi e per le conversioni dei permessi di soggiorno per studio in lavoro.

    Tratto dal sito della Caritas:
    http://www.caritas.it/Documents/24/3639.html

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